I risvegli di Vittorio Bodini

 Aveva Vittorio Bodini l’abitudine di finire in latino quello che stava dicendo in italiano. Talvolta soltanto completava la frase; talvolta la traduceva tutta, traduceva se stesso, come per farsi capire da un invisibile interlocutore nella Roma imperiale. Talvolta non emetteva nemmeno un suono, ma continuava a muovere le labra, le sopraciglie, le orecchie, le narici, il pomo d’Adamo, el cuoio capelluto, il fegato, la milza, tutto quanto, e quelle sue meravigliose smorfie rivelavano una dimestichezza con il passato, un rapporto con l’aldilà. Chi fosse il misterioso interlocutore di Vittorio Bodini sarebbe cosa difficile da stabilire. Resta il fatto che Vittorio Bodini, noncurante di chi gli stava accanto, manteneva una comunicazione continua con esseri e con personaggi molto lontani nel tempo e nello spazio, e questa comunicazione gli riusciva soltanto tramite smorfie e frasi latine. Ogni poeta pensa di poter fare a meno delle frontiere del tempo e di quelle dello spazio. Il mestiere di scrivere è creazione, ma non v’è creazione se non v’è, nella mente del creatore oppure nel suo inconscio, l’idea dell’ubiquità e dell’immortalità. Quel piccolo dio che vuol essere il poeta ha in animo d’essere per sempre dappertutto. In seguito occorre una scelta e ognuno di noi sceglie l’epoca e il paese dove ha deciso di situare la sua età d’oro. Non saprei dire con precisione quale fosse stata l’età d’oro di Vittorio Bodini. In ogni caso, questa età si inseriva in un àmbito dove non esistevano frontiere né distanze fra la Spagna e l’Italia, dove si parlava il latino in ambedue le sponde del Mediterraneo, del Mare Nostrum.
Vittorio Bodini, leccese nato a Bari, andò a Cadice in cerca di anticaglie. Né Cadice né Bari sono città del Mediterraneo, anzi, ambedue gli voltano le spalle. L’una si affaccia sul mare Ionico, l’altra sull’Atlantico, e ciò nonostante, chi contesterebbe la loro latinità? Bari guarda alla Grecia, e cioè al passato. Cadice guarda plus ultra, ossia all’aldilà. Vittorio Bodini faceva la spola fra l’aldilà e il passato, si tratteneva contemporaneamente a Cadice e a Bari, oppure indugiava al sole in piazza S. Oronzo mentre era assolutamente convinto di essere a Salamanca. Perché altri due poli del paesaggio sentimentale di Vittorio Bodini erano senza dubbio Salamanca e Lecce. Città tutt’e due di pietra dorata, concepite l’una e l’altra secondo un gusto monumentale plateresco, nel capoluogo pugliese alquanto carico e sfarzoso; poi, nell’entroterra, lunghi muri bassi di macigni, sugheri, ulivi, carubbi, viti intrecciate, qualche trullo imbiancato qui, qualche monticello di pietre lì, la macchia, il maggese. Forse voleva dire Salamanca Vittorio Bodini quando sosteneva che era Madrid la vera capitale della Puglia; forse soggiaceva ad un miraggio; forse ci prendeva soltanto in giro. Vittorio Bodini, che portava alti i baffi neri e il cappello nero con uno slancio da Ettore Fieramosca, forse pagava così il debito contratto con quel capitano spagnolo che diede lo spunto alla Disfida di Barletta. Comunque si riesce difficilmente a capire come mai qualcuno abbia voluto Madrid come capitale, oggi che nessuno la vuole in una Spagna che rinnega se stessa. Tuttavia è doveroso riconoscere che la Madrid di trenta anni fa era ben diversa di quella di oggi e che era appunto quella di allora ciò che il Bodini sognava come capitale della Puglia. Ma lasciamo stare il catrame e gli inquinamenti, perché il paesaggio di Vittorio Bodini era fatto di alberi, pietre, capre, un fiume giallo, cicogne, corvi, melagrani, bianchi muri di calce, gelsomini, garofani e teste decollate in vasi di basilico, insomma, di tutto quanto si trova ancora nel Mezzogiorno, sia in quello d’Italia che in quello di Spagna. Per Bodini era uguale, perché se è vero che, come diceva Rilke, tutti i poeti parlano la stessa lingua, è vero anche che per loro tutto il mondo è paese, e il miracolo poetico del Bodini era far sì che l’Italia e la Spagna fossero intercambiabili. Così prestò la sua voce ai poeti spagnoli, da Gongora a Quevedo – che lavorone la versione dei sonetti! – ai surrealisti del 27, tanto vicini alla sua sensibilità e alle sue fantasticherie. Vittorio Bodini, nella sua magnanimità, tradusse poeti di ogni risma e non indietreggiò di fronte a nessun ostacolo. Ci son poeti che è difficile tradurre, poeti che è impossibile tradurre e poeti che è inutile tradurre. Bodini diede a ciascuno la sua opportunità e per il suo lavoro dobbiamo ringraziarlo tutti noi, i poeti spagnoli, tanto gli inutili quanto gli impossibili e i difficili. Solamente chi non conosca il pensiero poetico del Bodini può pensare che faccio uno sgarbo a quei poeti tradotti da lui la cui poesia tradotta possa ritenersi inutile, poiché è appunto l’Inutile la chiave di volta di questo pensiero. La poesia è fatta di enigmi, di equazioni, di indovinelli. Anni fa, qui a Roma, una mia figlioletta mi diceva a bruciapelo: “Papà, tu sei un poeta”. Allora io le chiesi: “E tu sai cosa sia un poeta?” “Certo – rispose lei – uno che fa indovinelli”. L’Inutile era la soluzione dell’indovinelli di Vittorio Bodini, così come il nulla, da lui però chiamato il tutto, era la soluzione degli indovinelli del Leopardi. Se nel caso del Leopardi si può parlare della totalità del nulla, poiché lui stesso parlò dell’infinita vanità del tutto, nel caso del Bodini si dovrebbe parlare dell’assoluta realtà dell’inutile. Certamente, il Bodini, che non aveva paura di certe parole, s’affaccia sul nulla, guarda nel tramonto un rosso nulla, riduce l’autunno cuore del tempo, dolce preda della poesia, a cortesi immagini del nulla. Qualche volta fra il nulla e l’inutile si intravede una via di scampo, uno spiraglio aperto su quella scorciatoia della poesia che purtroppo ci riconduce all’inutile ed al nulla. Ed è così che lo spiraglio non è altro che un tranello.
 Poesia, struggenti inchieste 
 sulla verità dell’essere, 
 scegliemmo la tua scorciatoia. 
 Non ci ha portati lontano, no davvero.
 Sì, qualche volta l’ebrezza 
 d’esser vicino a qualcosa 
 ma in che rari momenti 
 e a qual prezzo d’insofferenze, 
di rotture d’ogni più delicata trama d’affetti!
 Odio financo il delicato verde 
dell’estate che attornia le mie finestre. 
 Venga la mano di chi so e liberi 
 dall’ angoscia i miei risvegli.
 Una delle smorfie di Vittorio Bodini consisteva nel fare come chi si risveglia con un sussulto e fa tanto di cappello a chi lo ha così bruscamente risvegliato. L’ultimo di tali risvegli gli è capitato a Roma dieci anni fa.

“Viñamarina”, Novembre 1980
 (Letto all’Università di Roma in occorrenza del X anniversario della morte di Vittorio Bodini, accaduta nel Dicembre di 1970. Presenti oltre i familiari Rafael Alberti, P. Miguel Batllori S. J, Maria Luisa Spaziani fra tanti altri)

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